STALKING - Il reato degli "atti persecutori"

15.03.2019

Il reato di stalking è entrato a far parte del nostro ordinamento giuridico recentemente (con il decreto legge n. 11/2009, convertito dalla legge n. 38/2009).
L'introduzione dell'art. 612bis nel c.p. nasce come risposta data dal Legislatore ad un'esigenza sociale di predisporre sanzioni più adeguate per punire condotte che, prima del 2009, integravano reati meno gravi.

La norma punisce degli atteggiamenti e dei comportamenti persecutori, ripetuti nel tempo, che provocano un danno alla vittima.
Fin qui tutto chiaro. Proviamo ora ad analizzare gli elementi che emergono da questa definizione.

"CONDOTTE PERSECUTORIE"
Le condotte che possono integrare il reato di stalking sono molteplici, non essendo tassativamente indicate dalla norma.
Ci aiuta la giurisprudenza che, valutando caso per caso, ha ritenuto atti persecutori anche comportamenti che non necessitano la presenza fisica dello "stalker" (esempi tipici sono i comportamenti di controllo, quali il pedinamento, o di confronto diretto, come visite sotto casa o sul posto di lavoro).
Secondo i giudici sono comportamenti idonei ad integrare la fattispecie, ad esempio, anche le comunicazioni intrusive e persecutorie che si attuano mediante telefonate, sms, mail o, ancora, la pubblicazione di post nei social network dai contenuti ingiuroiosi, sessuali, minacciosi (non credo sia necessario spiegare quanto il mondo di Internet abbia ampliato le possibilità...).

"RIPETUTE NEL TEMPO"
Si tratta di un reato abituale perché ciò che è richiesto è che le condotte persecutorie siano ripetute nel tempo, ossia che ci sia una reiterazione.
In realtà, poi, ai fini della configurabilità della fattispecie, sono sufficienti anche due "sole" condotte di minaccia o molestia essendo ritenute, dalla giurisprudenza, idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma.
Precisazione: non è necessario che le condotte reiterate siano le medesime (telefonata+pedinamento = stalking; minaccia+visita sgradita a lavoro = stalking ... chiaro no?)


"DANNO ALLA VITTIMA"
Il reato di atti persecutori è un reato di evento.
Questo vuol dire che non è sufficiente la reiterazione delle condotte, ma questa deve essere idonea a cagionare uno dei tre eventi alternativamente indicati dalla norma:
a) perdurante e grave stato di ansia e di paura
b) fondato timore per la propria incolumità e per quella di un prossimo congiunto
c) alterazione delle proprie abitudini di vita
Il bene giuridico tutelato dalla fattispecie è quello della libertà morale (intesa come tranquillità psichica e riservatezza dell'individuo).
Per integrare tale reato è "sufficiente" che gli atti persecutori abbiano, quale effetto, la destabilizzazione della serenità e dell'equilibrio psicologico (non è necessario l'accertamento di uno stato patologico vero e proprio).

Il reato di cui stiamo parlando si differenzia da un'altra fattispecie simile, ma diversa:
i MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA di cui all'art. 572 c.p.
Mi limiterei a soffermarmi sul discrimine legato al soggetto agente.
Lo stalking è un reato comune, che può essere commesso da chiunque, anche da chi non ha alcun legame con la vittima (es. l'ammiratore segreto, cui attenzioni iniziali si trasformano in ossessione).
Il reato di maltrattamenti, invece, è un reato proprio e può essere commesso solo da chi ricopre un ruolo nel contesto familiare o nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia.

Lo stalking è punibile a querela della persona offesa.
Diventa procedibile d'ufficio nelle ipotesi aggravanti previste nel terzo comma dell'art. 612bis:
- nel caso in cui il fatto venga commesso nei confronti di un minore o di un disabile;
- nel caso in cui il fatto sia connesso ad altro delitto per il quale si deba procedere d'uffico;
- nel caso in cui il soggetto sia stato ammonito.

Al fine di prevenire gli atti persecutori e l'integrazione del reato, si è previsto che la persona offesa possa ricorrere, prima di proporre eventualmente una querela, alla procedura di AMMONIMENTO.

In questo caso, la vittima ha la facoltà di esporre i fatti all'autorità di pubblica sicurezza, avanzando al questore la richiesta di ammonimento nei confronti dello stalker.
Si tratta di un invito, rivolto allo stalker attraverso le autorità, a desistere dalle attività persecutorie e ad interrompere ogni interferenza perpretrata nella vita del richiedente. Per cui il questore, una volta ricevuta la richiesta e assunte le necessarie informazioni, può decidere se rigettare la richiesta (se gli elementi raccolti non sono sufficienti per procedere o se, al contrario, sia nel frattempo intervenuta la querela) o accogliere l'istanza ed emettere l'ammonimento.

Dal punto di vista procedurale, relativamente alla PROVA, è necessario che la vittima (parte offesa) dimostri il nesso causale tra la condotta posta in essere dal soggetto attivo ed i turbamenti derivati alla sua vita privata.
Il giudice sarà tenuto ad un rigoroso e puntuale accertamento in ordine alla gravità dei comportamenti e della loro idoneità a rappresentare una minaccia.



Infine, con il decreto 11/2009, contestualmente all'introduzione del reato, il legislatore ha ampliato le misure cautelari coercitive al fine di offrire una tutela più adeguata alle vittime. In particolare, è stata prevista la nuova misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa ex art. 282ter del c.p.: il giudice prescrive all'imputato di non avvicinarsi a determinati luoghi, abitualmente frequentati dalla persona offesa, o di mantenere una determinata distanza.

Vi rimando ad un articolo che riguarda una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 21693 del 2018) che trovate cliccando qui.



LaGiuristaTascabile
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Hai letto questo brillantissimo articolo ma qualcosa non ti è chiara o vuoi ulteriori precisazioni sull'argomento? Scrivimi!!